In questa sezione pubblichiamo inchieste e articoli divulgativi sul fenomeno delle sette religiose in Italia

«Come e perché sono fuggito dal Movimento dei Focolarini»

“Prigioniero” per 20 anni del Movimento dei focolarini, William P. racconta la sua storia accendendo i riflettori su un mondo che in Italia è ancora scarsamente indagato.

Il commento del magistrato Francesco Dall’Olio e dello psichiatra Andrea Masini

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«Sono nato nel 1958, ho fatto parte del Movimento dei Focolarini dal 1976 al 1996 prima come Gen (l’espressione giovanile del movimento) e poi come volontario (branca laica del movimento). Quando avevo 13 anni è venuto a mancare mio padre e quella perdita mi ha lasciato solo e alla ricerca. Cercavo una comunità, sicurezza, appartenenza, accoglienza ed a 17 anni (erano gli anni 70) ho conosciuto i Gen ed i focolarini. La mia famiglia era tradizionalmente cattolica, ma non approvava il mio coinvolgimento nel Movimento ed il suo messaggio. La loro percezione era che mi avevano perso. All’interno dei focolarini tali reazioni e perdite non erano un problema: un percorso del genere era più o meno implicitamente previsto. Ero pronto a lavorare sodo per il movimento, sentivo di fare qualcosa di importante, mi faceva sentire più vicino a Dio, ero ambizioso. In quel periodo ho perso non solo la mia famiglia ma anche i miei vecchi amici. Non avevo più tempo per loro, gli impegni per il movimento dovevano prevalere… Per vent’anni sono stato attivo nel movimento ma quando avevo 38 anni ho preso le distanze. Una notevole mancanza di trasparenza in materia finanziaria, un mancato riconoscimento all’interno del gruppo dei volontari e problemi nel mio matrimonio sono stati i motivi decisivi che mi hanno spinto ad allontanarmi».

William P. è un uomo irlandese e queste parole introducono il racconto di come entrò a far parte dei Focolarini, di come ha vissuto all’interno del movimento, di come ne è faticosamente uscito e di quali ferite gli ha lasciato quella esperienza.

Lui è stato uno dei circa due milioni di focolarini sparsi per il mondo in 180 Paesi diversi, compresi i 7.160 che vivono in piccole comunità di laici, i cosiddetti focolari. Questi, come si legge sul sito ufficiale del movimento sono il «cuore di tutte le realtà di cui il movimento si compone; si impegnano a mantenere vivo il “fuoco” da cui deriva il nome focolare».

La fuga di William dai focolarini non è affatto un episodio isolato e la sua testimonianza inedita è arrivata al nostro Database sui casi di violenza all’interno della Chiesa cattolica attraverso l’Oref, una organizzazione internazionale di ex focolarini nata nell’aprile scorso con lo scopo di «combattere gli abusi di potere nel Movimento» fondato da Chiara Lubich nel 1943 a Trento. Avvalendosi della collaborazione di avvocati, teologi ed esperti di diritto canonico, i fondatori di Oref, oltre a raccogliere testimonianze come quella di William, forniscono a chi lo richiede tutto il supporto necessario per sostenere il trauma della separazione dal Movimento. «Le richieste di aiuto – ci raccontano due di loro che chiedono l’anonimato – si sono moltiplicate in seguito alla recente pubblicazione del libro di Ferruccio Pinotti, La setta divina (Piemme), e ormai arrivano anche da “dentro”. In tanti vorrebbero seguire la strada di William ma si troverebbero da un giorno all’altro senza un lavoro e senza alcun sostegno economico».

Questa serie di richieste di aiuto ha permesso all’Oref di “catalogare” il genere di abusi che avverrebbero all’interno della comunità dei focolarini. «Questi abusi – raccontano i due ex focolarini – vanno dalla manipolazione affettiva (compresi i matrimoni combinati, come è accaduto a William, e le separazioni combinate) all’uso di metodi settari di proselitismo (come la rivelazione progressiva dell’insegnamento interno, allo scopo di non spaventare i nuovi proseliti), l’obbligo di reprimere ogni manifestazione di sofferenza (forzando il volto al sorriso e trattenendo ogni lacrima), la patologizzazione di orientamenti sessuali ed espressioni di genere non conformi al modello eteropatriarcale, l’impiego non retribuito in lavori sfiancanti che a distanza di tempo ha lasciato alcuni di noi senza risparmi né copertura pensionistica. Infine – aggiungono i fondatori di Oref – tutti noi abbiamo visto in prima persona l’acuirsi di gravi disturbi mentali in molti membri a seguito della pressione, fisica e mentale, imposta dal Movimento; in alcuni casi, questi abusi psicologici hanno portato sull’orlo del suicidio». William è uno di questi.

«Guardando indietro – scrive – devo dire che lo sviluppo della mia persona si è fermato a 18 anni. Mi piaceva essere Gen, all’epoca ero felice, ma a un certo punto sono caduto in depressione e ho avuto sintomi fisici tangibili. Non sapevo chi ero e cosa volevo. Avevo 38 anni e mi sentivo come se non avessi personalità o identità. Il concetto di lasciare il passato era diventato distruttivo. Preghiere ripetute come “Dio, tu sei tutto, io sono niente” erano diventate come una “programmazione neurolinguistica”. Non potevo essere una personalità indipendente e infatti non lo ero più. Nel 1996 – prosegue William – mi ammalai di depressione e lasciai il Movimento dei Focolarini. Questa malattia è durata diversi anni. La causa era la mia mancanza di identità, non ero stato in grado di sviluppare una personalità indipendente e di avere una visione della vita matura e adulta. Per 20 anni ho dovuto “tagliare la testa”: non potevo pensare da solo, ma seguire le regole e le direttive del responsabile dei Gen, come un soldato dell’esercito. Ho tenuto segreta la mia malattia; solo il mio psicoterapeuta e la mia moglie attuale lo sapevano. La terapia è durata due anni e mi ha permesso di iniziare una nuova vita. Tuttavia, le esperienze di quel periodo mi perseguitano ancora oggi e rappresentano un peso. Oggi sono sposato per la seconda volta e sono felice con mia moglie… Il fatto che per me non ci sia stata la possibilità di uno sviluppo indipendente lo vivo ancora come un abuso psicologico».

«Noi  crediamo – osservano i due fondatori di Oref – che tutti i comportamenti descritti fin qui si configurino anche come illeciti civili e penali e vorremmo presentare alle istituzioni civili e alla Chiesa un’analisi giuridica per evidenziare come gli abusi di coscienza limitino il diritto di autodeterminazione delle persone fino ad arrivare a crisi psicologiche o al suicidio». Pesa inoltre moltissimo l’impossibilità di gestire liberamente le proprie risorse, poiché gli stipendi e i beni devono essere donati al Movimento, senza possibilità di decisione autonoma e soprattutto senza possibilità di determinazione democratica della destinazione delle risorse raccolte. «Non viene retribuito il lavoro svolto per il Movimento, né garantita assistenza o previdenza sociale soprattutto se poi si esce dal cammino. Alcuni di noi si sono infatti trovati in stato di indigenza ed è stata negata la pensione perché nessuno aveva pagato i contributi. Crediamo – concludono – che il sistema del Movimento dei Focolarini, e di altri movimenti ecclesiali, presenti delle derive settarie che sono contrarie al bene delle persone, nonostante le dichiarazioni diffuse nelle loro comunicazioni ufficiali e all’opinione pubblica».

In Francia, nei mesi scorsi, un Report di Gcps consulting ha evidenziato la fondatezza delle denunce degli abusi sessuali da parte di un dirigente del Movimento in Francia, ma anche di altri tipi di abusi molto simili a quelli denunciati da Oref, che sono stati raccolti per l’indagine. E in Italia? Quali sono gli strumenti che gli ex focolarini hanno a disposizione per far valere i propri diritti e tutelare la propria salute? Lo abbiamo chiesto al magistrato della Procura di Roma Francesco Dall’Olio e allo psichiatra e psicoterapeuta Andrea Masini.

«Quello che penso avendo letto queste testimonianze e altre fonti aperte molto ben documentate, come il libro di Pinotti – osserva Dall’Olio – è che in certi casi si potrebbero configurare due tipi di reato: la truffa o la circonvenzione di incapace. Il confine è molto labile. Nella circonvenzione di incapace va dimostrata la fragilità del soggetto che viene danneggiato ad esempio “convincendolo” a lavorare per anni devolvendo lo stipendio al movimento. La truffa si configura per es. laddove mi hai fatto credere di essere mandato da Dio approfittando della mia fede più o meno cieca e questo lo hai fatto per poterti impossessare dei miei beni etc. In entrambi i casi – prosegue Dall’Olio – siamo in presenza di un abuso psicologico».

Vale a dire? «Attraverso l’abuso psicologico si induce una persona a fare una cosa che è contro i suoi interessi e a favore dei propri. Si approfitta di una situazione di inferiorità psicologica di un’altra persona per ottenere un vantaggio personale. Per es. nel caso della truffa in gergo si dice che prima di farla ci vuole il soggetto. Prima di escogitare il meccanismo si va a cercare la persona che può “credere” a quello che gli viene raccontato. E questo è ciò che sembra essere il concetto fondante del Movimento dei Focolari». C’è chi la definisce una setta. «Nella differenza tra movimento e setta c’è ovviamente il discrimine tra lecito e illecito» dice Dall’Olio. «Un “movimento” è un gruppo che si rivolge all’esterno, pensiamo alle Sardine o agli stessi 5Stelle. In una setta, questo scambio non c’è e non c’è dialogo interno, non c’è dibattito, c’è un annientamento dell’individuo all’interno del gruppo e c’è un’organizzazione estremamente verticistica che detta le regole agli altri che stanno “sotto” e le eseguono. Il Movimento dei focolarini sembra tendere più verso questa direzione, anche perché ho il sospetto che oltre all’aspetto economico, che pure non deve essere del tutto indifferente, c’è quello della prassi di soggiogare, di mettere in soggezione chi vi aderisce».

E qui entriamo ancor più nello specifico delle dinamiche di carattere psicologico descritte nelle testimonianze.

«Ricordo – dice lo psichiatra Masini – che il presidente Napolitano quando nel 2008 morì Chiara Lubich inviò un messaggio di cordoglio a tutto il Movimento dei focolarini, a testimonianza del livello di rispettabilità che questo pubblicamente si è ritagliato. Ma tutto ciò nasconde una realtà che è molto diversa. E questo “gioco” di sembrare un movimento e invece essere una setta fa molto pensare». Una setta. Come altro definire un “movimento” che ai suoi aderenti fa compilare dei questionari – da consegnare ai loro referenti – nei quali devono essere elencate pedissequamente tutte le attività, non solo spirituali, quotidiane? “Con chi sei uscito, come ti sei vestita, qual è il tuo stato di salute etc” sono alcune delle domande imposte agli adepti; si tratta di palesi violazioni della privacy perpetrate impunemente per anni e decenni. Stiamo parlando dei famigerati “schemetti” ideati da Chiara Lubich, che nel 2020 persino il Vaticano ha dichiarato “illegali” (ma solo perché si sovrappongono al sacramento della confessione, il che peraltro rende ancor più l’idea del livello di violazione dell’intimità altrui).

«Quello che colpisce delle testimonianze degli adepti, compresa quella di William – prosegue Masini – è il racconto preciso di un periodo di smarrimento personale, che è stato colto, intercettato, da quella comunità religiosa. Il movimento li ha “accolti” facendoli sentire parte di un gruppo, dando loro un’identità, un ruolo. C’è però da dire che si tratta di una finta identità. Un’identità falsa che non corrispondeva e non corrisponde nemmeno alla realtà di quello che professa la comunità. Io penso – aggiunge lo psichiatra – che in questo abbia sempre avuto buon gioco e che si tratti di una violenza psicologica potentissima».

Come ci si può “difendere”? «La psicoterapia è la strada maestra. Però va considerato anche che intorno alla vittima c’è il vuoto. Non ha più amici, né soldi. Di suo non c’è più nulla, si è spogliato di tutto. È tutto dentro il mondo da cui si vuole separare». Anche la casa in cui vive è dentro la comunità ed è della comunità. «Esattamente. Qui emerge il “progetto” feroce della religione, e di questo tipo di religione in particolare, tutto basato sul sottrarre alla persona, all’individuo, le sue capacità di vivere e di leggere il mondo. Quindi per “liberarsi” si tratta di riconquistare questa sicurezza. Dentro ciascun essere umano – conclude Masini – c’è tutto quello che serve per vivere bene nel mondo e non c’è bisogno di qualcosa che dall’alto ti sostenga o ti valorizzi o ti dia un’identità. Questo vale per tutte le religioni ma in casi come quelli riportati dalle testimonianze di ex focolarini assume dei connotati particolarmente violenti, ci tengo a ribadirlo. C’è il palese tentativo di dimostrare e far credere all’essere umano che senza una forza superiore, una guida dall’alto, non ce la può fare».

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Articolo pubblicato su Left del 15 luglio 2022