In questa sezione pubblichiamo inchieste e articoli divulgativi sul fenomeno delle sette religiose in Italia

«Come e perché sono fuggito dal Movimento dei Focolarini»

“Prigioniero” per 20 anni del Movimento dei focolarini, William P. racconta la sua storia accendendo i riflettori su un mondo che in Italia è ancora scarsamente indagato.

Il commento del magistrato Francesco Dall’Olio e dello psichiatra Andrea Masini

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«Sono nato nel 1958, ho fatto parte del Movimento dei Focolarini dal 1976 al 1996 prima come Gen (l’espressione giovanile del movimento) e poi come volontario (branca laica del movimento). Quando avevo 13 anni è venuto a mancare mio padre e quella perdita mi ha lasciato solo e alla ricerca. Cercavo una comunità, sicurezza, appartenenza, accoglienza ed a 17 anni (erano gli anni 70) ho conosciuto i Gen ed i focolarini. La mia famiglia era tradizionalmente cattolica, ma non approvava il mio coinvolgimento nel Movimento ed il suo messaggio. La loro percezione era che mi avevano perso. All’interno dei focolarini tali reazioni e perdite non erano un problema: un percorso del genere era più o meno implicitamente previsto. Ero pronto a lavorare sodo per il movimento, sentivo di fare qualcosa di importante, mi faceva sentire più vicino a Dio, ero ambizioso. In quel periodo ho perso non solo la mia famiglia ma anche i miei vecchi amici. Non avevo più tempo per loro, gli impegni per il movimento dovevano prevalere… Per vent’anni sono stato attivo nel movimento ma quando avevo 38 anni ho preso le distanze. Una notevole mancanza di trasparenza in materia finanziaria, un mancato riconoscimento all’interno del gruppo dei volontari e problemi nel mio matrimonio sono stati i motivi decisivi che mi hanno spinto ad allontanarmi».

William P. è un uomo irlandese e queste parole introducono il racconto di come entrò a far parte dei Focolarini, di come ha vissuto all’interno del movimento, di come ne è faticosamente uscito e di quali ferite gli ha lasciato quella esperienza (il testo integrale della testimonianza di William P. è pubblicato alla fine di questo articolo, ndr).

Lui è stato uno dei circa due milioni di focolarini sparsi per il mondo in 180 Paesi diversi, compresi i 7.160 che vivono in piccole comunità di laici, i cosiddetti focolari. Questi, come si legge sul sito ufficiale del movimento sono il «cuore di tutte le realtà di cui il movimento si compone; si impegnano a mantenere vivo il “fuoco” da cui deriva il nome focolare».

La fuga di William dai focolarini non è affatto un episodio isolato e la sua testimonianza inedita è arrivata al nostro Database sui casi di violenza all’interno della Chiesa cattolica attraverso l’Oref, una organizzazione internazionale di ex focolarini nata nell’aprile scorso con lo scopo di «combattere gli abusi di potere nel Movimento» fondato da Chiara Lubich nel 1943 a Trento. Avvalendosi della collaborazione di avvocati, teologi ed esperti di diritto canonico, i fondatori di Oref, oltre a raccogliere testimonianze come quella di William, forniscono a chi lo richiede tutto il supporto necessario per sostenere il trauma della separazione dal Movimento. «Le richieste di aiuto – ci raccontano due di loro che chiedono l’anonimato – si sono moltiplicate in seguito alla recente pubblicazione del libro di Ferruccio Pinotti, La setta divina (Piemme), e ormai arrivano anche da “dentro”. In tanti vorrebbero seguire la strada di William ma si troverebbero da un giorno all’altro senza un lavoro e senza alcun sostegno economico».

Questa serie di richieste di aiuto ha permesso all’Oref di “catalogare” il genere di abusi che avverrebbero all’interno della comunità dei focolarini. «Questi abusi – raccontano i due ex focolarini – vanno dalla manipolazione affettiva (compresi i matrimoni combinati, come è accaduto a William, e le separazioni combinate) all’uso di metodi settari di proselitismo (come la rivelazione progressiva dell’insegnamento interno, allo scopo di non spaventare i nuovi proseliti), l’obbligo di reprimere ogni manifestazione di sofferenza (forzando il volto al sorriso e trattenendo ogni lacrima), la patologizzazione di orientamenti sessuali ed espressioni di genere non conformi al modello eteropatriarcale, l’impiego non retribuito in lavori sfiancanti che a distanza di tempo ha lasciato alcuni di noi senza risparmi né copertura pensionistica. Infine – aggiungono i fondatori di Oref – tutti noi abbiamo visto in prima persona l’acuirsi di gravi disturbi mentali in molti membri a seguito della pressione, fisica e mentale, imposta dal Movimento; in alcuni casi, questi abusi psicologici hanno portato sull’orlo del suicidio». William è uno di questi.

«Guardando indietro – scrive – devo dire che lo sviluppo della mia persona si è fermato a 18 anni. Mi piaceva essere Gen, all’epoca ero felice, ma a un certo punto sono caduto in depressione e ho avuto sintomi fisici tangibili. Non sapevo chi ero e cosa volevo. Avevo 38 anni e mi sentivo come se non avessi personalità o identità. Il concetto di lasciare il passato era diventato distruttivo. Preghiere ripetute come “Dio, tu sei tutto, io sono niente” erano diventate come una “programmazione neurolinguistica”. Non potevo essere una personalità indipendente e infatti non lo ero più. Nel 1996 – prosegue William – mi ammalai di depressione e lasciai il Movimento dei Focolarini. Questa malattia è durata diversi anni. La causa era la mia mancanza di identità, non ero stato in grado di sviluppare una personalità indipendente e di avere una visione della vita matura e adulta. Per 20 anni ho dovuto “tagliare la testa”: non potevo pensare da solo, ma seguire le regole e le direttive del responsabile dei Gen, come un soldato dell’esercito. Ho tenuto segreta la mia malattia; solo il mio psicoterapeuta e la mia moglie attuale lo sapevano. La terapia è durata due anni e mi ha permesso di iniziare una nuova vita. Tuttavia, le esperienze di quel periodo mi perseguitano ancora oggi e rappresentano un peso. Oggi sono sposato per la seconda volta e sono felice con mia moglie… Il fatto che per me non ci sia stata la possibilità di uno sviluppo indipendente lo vivo ancora come un abuso psicologico».

«Noi  crediamo – osservano i due fondatori di Oref – che tutti i comportamenti descritti fin qui si configurino anche come illeciti civili e penali e vorremmo presentare alle istituzioni civili e alla Chiesa un’analisi giuridica per evidenziare come gli abusi di coscienza limitino il diritto di autodeterminazione delle persone fino ad arrivare a crisi psicologiche o al suicidio». Pesa inoltre moltissimo l’impossibilità di gestire liberamente le proprie risorse, poiché gli stipendi e i beni devono essere donati al Movimento, senza possibilità di decisione autonoma e soprattutto senza possibilità di determinazione democratica della destinazione delle risorse raccolte. «Non viene retribuito il lavoro svolto per il Movimento, né garantita assistenza o previdenza sociale soprattutto se poi si esce dal cammino. Alcuni di noi si sono infatti trovati in stato di indigenza ed è stata negata la pensione perché nessuno aveva pagato i contributi. Crediamo – concludono – che il sistema del Movimento dei Focolarini, e di altri movimenti ecclesiali, presenti delle derive settarie che sono contrarie al bene delle persone, nonostante le dichiarazioni diffuse nelle loro comunicazioni ufficiali e all’opinione pubblica».

In Francia, nei mesi scorsi, un Report di Gcps consulting ha evidenziato la fondatezza delle denunce degli abusi sessuali da parte di un dirigente del Movimento in Francia, ma anche di altri tipi di abusi molto simili a quelli denunciati da Oref, che sono stati raccolti per l’indagine. E in Italia? Quali sono gli strumenti che gli ex focolarini hanno a disposizione per far valere i propri diritti e tutelare la propria salute? Lo abbiamo chiesto al magistrato della Procura di Roma Francesco Dall’Olio e allo psichiatra e psicoterapeuta Andrea Masini.

«Quello che penso avendo letto queste testimonianze e altre fonti aperte molto ben documentate, come il libro di Pinotti – osserva Dall’Olio – è che in certi casi si potrebbero configurare due tipi di reato: la truffa o la circonvenzione di incapace. Il confine è molto labile. Nella circonvenzione di incapace va dimostrata la fragilità del soggetto che viene danneggiato ad esempio “convincendolo” a lavorare per anni devolvendo lo stipendio al movimento. La truffa si configura per es. laddove mi hai fatto credere di essere mandato da Dio approfittando della mia fede più o meno cieca e questo lo hai fatto per poterti impossessare dei miei beni etc. In entrambi i casi – prosegue Dall’Olio – siamo in presenza di un abuso psicologico».

Vale a dire? «Attraverso l’abuso psicologico si induce una persona a fare una cosa che è contro i suoi interessi e a favore dei propri. Si approfitta di una situazione di inferiorità psicologica di un’altra persona per ottenere un vantaggio personale. Per es. nel caso della truffa in gergo si dice che prima di farla ci vuole il soggetto. Prima di escogitare il meccanismo si va a cercare la persona che può “credere” a quello che gli viene raccontato. E questo è ciò che sembra essere il concetto fondante del Movimento dei Focolari». C’è chi la definisce una setta. «Nella differenza tra movimento e setta c’è ovviamente il discrimine tra lecito e illecito» dice Dall’Olio. «Un “movimento” è un gruppo che si rivolge all’esterno, pensiamo alle Sardine o agli stessi 5Stelle. In una setta, questo scambio non c’è e non c’è dialogo interno, non c’è dibattito, c’è un annientamento dell’individuo all’interno del gruppo e c’è un’organizzazione estremamente verticistica che detta le regole agli altri che stanno “sotto” e le eseguono. Il Movimento dei focolarini sembra tendere più verso questa direzione, anche perché ho il sospetto che oltre all’aspetto economico, che pure non deve essere del tutto indifferente, c’è quello della prassi di soggiogare, di mettere in soggezione chi vi aderisce».

E qui entriamo ancor più nello specifico delle dinamiche di carattere psicologico descritte nelle testimonianze.

«Ricordo – dice lo psichiatra Masini – che il presidente Napolitano quando nel 2008 morì Chiara Lubich inviò un messaggio di cordoglio a tutto il Movimento dei focolarini, a testimonianza del livello di rispettabilità che questo pubblicamente si è ritagliato. Ma tutto ciò nasconde una realtà che è molto diversa. E questo “gioco” di sembrare un movimento e invece essere una setta fa molto pensare». Una setta. Come altro definire un “movimento” che ai suoi aderenti fa compilare dei questionari – da consegnare ai loro referenti – nei quali devono essere elencate pedissequamente tutte le attività, non solo spirituali, quotidiane? “Con chi sei uscito, come ti sei vestita, qual è il tuo stato di salute etc” sono alcune delle domande imposte agli adepti; si tratta di palesi violazioni della privacy perpetrate impunemente per anni e decenni. Stiamo parlando dei famigerati “schemetti” ideati da Chiara Lubich (vedi a fine articolo, ndr), che nel 2020 persino il Vaticano ha dichiarato “illegali” (ma solo perché si sovrappongono al sacramento della confessione, il che peraltro rende ancor più l’idea del livello di violazione dell’intimità altrui).

«Quello che colpisce delle testimonianze degli adepti, compresa quella di William – prosegue Masini – è il racconto preciso di un periodo di smarrimento personale, che è stato colto, intercettato, da quella comunità religiosa. Il movimento li ha “accolti” facendoli sentire parte di un gruppo, dando loro un’identità, un ruolo. C’è però da dire che si tratta di una finta identità. Un’identità falsa che non corrispondeva e non corrisponde nemmeno alla realtà di quello che professa la comunità. Io penso – aggiunge lo psichiatra – che in questo abbia sempre avuto buon gioco e che si tratti di una violenza psicologica potentissima».

Come ci si può “difendere”? «La psicoterapia è la strada maestra. Però va considerato anche che intorno alla vittima c’è il vuoto. Non ha più amici, né soldi. Di suo non c’è più nulla, si è spogliato di tutto. È tutto dentro il mondo da cui si vuole separare». Anche la casa in cui vive è dentro la comunità ed è della comunità. «Esattamente. Qui emerge il “progetto” feroce della religione, e di questo tipo di religione in particolare, tutto basato sul sottrarre alla persona, all’individuo, le sue capacità di vivere e di leggere il mondo. Quindi per “liberarsi” si tratta di riconquistare questa sicurezza. Dentro ciascun essere umano – conclude Masini – c’è tutto quello che serve per vivere bene nel mondo e non c’è bisogno di qualcosa che dall’alto ti sostenga o ti valorizzi o ti dia un’identità. Questo vale per tutte le religioni ma in casi come quelli riportati dalle testimonianze di ex focolarini assume dei connotati particolarmente violenti, ci tengo a ribadirlo. C’è il palese tentativo di dimostrare e far credere all’essere umano che senza una forza superiore, una guida dall’alto, non ce la può fare».

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Articolo pubblicato su Left del 15 luglio 2022

Gli "schemetti" di Chiara Lubich

La testimonianza di William P., ex focolarino

Sono nato 1958, ho fatto parte del Movimento dei Focolari dal 1976 al 1996 prima come Gen 2 e poi come volontario (branca laica del movimento). Quando avevo 13 anni è venuto a mancare mio padre e quella perdita mi ha lasciato solo e alla ricerca. Cercavo una comunità, sicurezza, appartenenza, accoglienza ed a 17 anni (erano gli anni ’70) ho conosciuto i Gen ed i focolarini. La mia famiglia era tradizionalmente cattolica, ma non approvava il mio coinvolgimento nel Movimento dei Focolari ed il suo messaggio. La loro percezione era che mi avevano perso. All’interno del movimento, tali reazioni e perdite non erano un problema: un tale percorso era più o meno implicitamente previsto. Ero pronto a lavorare sodo per il Movimento, sentivo di fare qualcosa di importante, mi faceva sentire più vicino a Dio, ero ambizioso. Ma in quel periodo ho perso non solo la mia famiglia ma anche i  miei vecchi amici. Non avevo più tempo per loro, gli impegni per il  movimento dovevano prevalere. In quegli anni studiavo e  tutto il mio tempo libero lo trascorrevo con i Gen e in Focolare. Ritenevo necessario, coraggioso e forte fare tutto per il movimento. Guardando indietro, penso che il responsabile dei Gen avrebbe dovuto avere la maturità psicologica per proteggere i giovani dalla perdita della loro identità a causa del lavoro e gli impegni per il movimento. Non credo che N.T.( focolarino con incarico di responsabilità nei riguardi dei Gen) fosse abbastanza maturo per questo compito. Ho avuto conversazioni regolari con lui, quasi ogni settimana, sulla mia vita da Gen. Ha sempre sollevato la questione della mia “purezza” sessuale” perche questa era la misura di un “bravo Gen”. Col tempo ho sviluppato una specie di doppia vita: quando avevo una relazione o un’amicizia con una ragazza, non parlavo con lui a riguardo. Ad una ragazza a cui volevo tanto bene è stato chiesto di andare a Loppiano per diventare focolarina, ma è tornata dopo un anno, malata fisicamente e mentalmente. Non siamo stati in grado di riprendere o sistemare la nostra relazione…..N.T. poi mi ha messo sotto pressione per iniziare un’amicizia con un’altra ragazza del movimento ed  anche se non ero  pronto e per niente convinto, ho cominciato una relazione con quella ragazza. La conseguenza di questa relazione fu un matrimonio e due figli e……dopo pochi anni un divorzio. Per vent’anni sono stato attivo nel movimento ma quando avevo 38 anni ho preso le distanze. I motivi decisivi erano una notevole mancanza di trasparenza in materia finanziaria, un mancato riconoscimento all’interno del gruppo dei volontari e problemi nel matrimonio. Guardando indietro, devo dire che lo sviluppo della mia persona si è fermato a 18 anni. Mi piaceva essere Gen, all’epoca ero felice, ma a un certo punto sono caduto in depressione e ho avuto sintomi fisici tangibili. Non sapevo chi ero e cosa volevo. Avevo 38 anni e mi sentivo come se non avessi personalità o identità. Il concetto di lasciare il  passato era diventato distruttivo. Preghiere ripetute come “Dio, tu sei tutto, io sono niente” erano diventate come una  “programmazione neurolinguistica”. Non potevo essere una personalità indipendente e infatti alla fine non lo ero (più). Nel 1996 mi ammalai di depressione e lasciai il Movimento dei Focolari. Questa malattia è durata diversi anni. La causa era la mia mancanza di identità, non ero stato in grado di sviluppare una personalità indipendente e di avere una visione della vita matura e adulta. Per 20 anni ho dovuto “tagliare la testa”:non potevo pensare da solo, ma seguire le regole e le direttive del responsabile dei Gen, come un soldato dell’esercito. Ho tenuto segreta la mia malattia; solo il mio psicoterapeuta e la mia moglie attuale lo sapevano. La terapia è durata due anni e mi ha permesso di iniziare una nuova vita. Tuttavia, le esperienze di quel periodo mi perseguitano ancora oggi e rappresentano un peso. Oggi sono sposato per la seconda volta e sono felice con mia moglie. Non ho rinunciato alla mia fede in Dio quando ho lasciato il Movimento dei Focolari. Quello che oggi vedo come abuso è la realtà che per me non c’è stato la possibilità di uno sviluppo indipendente. Non è solo un errore di cui darei la colpa a N.T., è il “sistema” come l’ho vissuto: non avevo modo di prendere le distanze dalle sue domande di controllo; la sua insistenza sulle questioni della sessualità erano invadenti e un modo per usare il suo potere. Il suo ruolo nei miei confronti era caratterizzato da una gerarchia trinitaria all’interno della quale non potevo difendermi. Il concetto di “Gesù in mezzo”(frase che discende dal capitolo 18/20 del vangelo di Matteo: dove due o più…) è stato utilizzato per screditare in anticipo i miei pensieri e le mie intuizioni. Non ero allo stesso livello suo, ma subordinato a lui come Gesù di fronte al Padre. Mi ha fatto credere e accettare che “Gesù in mezzo” era più importante della mia coscienza personale. Questa comprensione gerarchica dell’obbedienza ha reso impossibile lo sviluppo del carattere personale e della coscienza. Probabilmente era quello che si voleva in quel momento. “Unità”, “farsi uno” erano intesi come obbedienza gerarchicamente ascendente. Sospetto che N.T. mi avesse trasmesso ciò che lui stesso aveva vissuto in relazione al suo Capo-Focolare L.C., che probabilmente l’ha vissuto a sua volta, fino a Chiara Lubich. Questo mi sembra un problema sistemico. Qui, a mio avviso, mancava la competenza psicologica di chi aveva la responsabilità sui giovani e un sistema di monitoraggio del rispettivo lavoro. Un altro grave deficit che ho vissuto è che non c’era l’opportunità di mettere in discussione ciò che ci veniva richiesto come obbedienza. William P. – Irlanda

Testimonianza di S. F., ex focolarina

Sono figlia di due volontari (membri molto attivi) della prima ora focolarina e purtroppo la nostra famiglia è stata devastata dal movimento dei focolari. I miei genitori girano la regione predicando l’ecumenismo, ma hanno la guerra dentro le mura di casa. Non hanno saputo amare i loro figli. Non ci sono riusciti. L’ho sperimentato fin da piccola quando ogni cosa, anche la più “cruda”, veniva nascosta e giustificata con la scusa della “volontà di Dio” per darle una verginità nuova. Ma non era e non è così! Eravamo una famiglia apparentemente, ma solo apparentemente, normale. Tre figli di cui due, i maggiori, io e mio fratello, siamo stati tartassati in modo brutale, sia fisicamente che psicologicamente; il terzo fratello è stato risparmiato, non sappiamo neanche il perché. Siamo stati sempre picchiati, da epoche che non riusciamo nemmeno a ricordare e tenuti sotto ricatti psicologici pesantissimi. Io, ad esempio, ero continuamente accusata di voler provocare la morte di mia madre e di mio fratello, che era la persona a me più cara, a cui mai avrei torto un capello. Non avevo sei anni. Ogni pomeriggio, al ritorno dal lavoro, mio padre trovava ottimi motivi per picchiarmi, e se non ne trovava con me, si rivolgeva a mio fratello. E io, allora, lo facevo arrabbiare volontariamente per distogliere l’attenzione da lui. Non è eroismo, sia chiaro; fa più male vedere picchiare una persona che ami piuttosto che essere picchiato. Diceva sempre che lo faceva “Per volontà di Dio”, così come diceva che mi picchiava in modo da non lasciare tracce o lividi, per “non darmi la soddisfazione di fare la vittima”. Ho la testa devastata, soffro di cefalee allucinanti; da un esame specialistico cerebrale è risultato che ho un edema in testa, di cui mia madre ha ammesso di essere al corrente. Ecco, tutto normale. Mia madre non si è mai frapposta, e anzi, a tutt’oggi crea tensione tra noi. Ho visto vestitini nuovi, a cui tenevo, sparire nell’immondizia perché macchiati di sangue. Alla faccia della fede, ogni morte in famiglia ci è costata carissima: siamo stati picchiati senza pietà, neanche dipendesse da noi. Non abbiamo fatto mai vacanze perché la Volontà di Dio era che i soldi venissero spesi per Mariapoli ed incontri del movimento. Il mare non rientrava nella Volontà di Dio. In estate non andavamo in vacanza ma a messa sì, ogni giorno. Le ho prese il giorno della mia prima comunione e sono stata costretta alla cresima. Ho un rapporto un po’ contraddittorio con la fede. Forse per questo, mia madre ha sempre detto in giro che io sono la croce mandatale dal Padre… ma se la croce ero io, potevano salvare almeno mio fratello? Che c’entrava lui? Potrei citare episodi pesantissimi, di violenza vera e gratuita su due bambini che ancora, a quarant’anni di distanza, si guardano negli occhi senza sapersi spiegare il perché. Le botte si sono placate quando mio fratello, eroicamente, ha affrontato mio padre e gli ha detto che da quel momento (avevamo entrambi più di venti anni), per ogni botta a me, lui ne avrebbe data una a lui, mio padre. E da quel momento ha smesso, poi, quando avevo trent’anni ed un bimbo di un mese, mi ha picchiato di nuovo…ma mio fratello non c’era.  Adesso siamo due anime in cammino, che cercano di riscostruire vite forse troppo compromesse; io, che non supero questi mal di testa debilitanti e che i neurologi data la loro intensità li definiscono “da suicidio”; mio fratello, che sta perdendo la sua famiglia per la corazza di ferro, impenetrabile, in cui si è chiuso, e che l’ha reso incomprensibile agli occhi della moglie. Per non dare nell’occhio ed attirarsi le botte si è reso invisibile. L’uomo invisibile. Io lo vedo, ed è una bellissima persona, però ci vuole l’occhio allenato. Qualche anno fa, nel 2016, ho scritto una lettera all’allora Presidente del Movimento, Maria Voce, in cui parlavo delle violenze subite da me e mio fratello e ho chiesto una presa di coscienza del movimento rispetto al clima di violenza che vige in molte delle sue famiglie. L’amico alla quale l’avevo affidata mi ha detto che la lettera è stata letta con grande attenzione… ma io non ho mai avuto riscontri. I miei genitori ormai sono anziani e non c’è alcuna speranza che possano rivedere il proprio passato. Ho cercato di fare il possibile per aprire loro gli occhi rispetto alla vita assurda che la Lubich e il movimento da lei creato li ha costretti a vivere, ma mi hanno sempre opposto sorrisi smaglianti. Un muro di gomma micidiale. Nel mio piccolo cerco di fare tutto quello che posso per aprire gli occhi su questa realtà allucinante, ma vedo che spesso le persone tendono a non credermi. Ho perso più di un amico per questo, credo anche che a volte le cose si vedano e le persone fingano semplicemente di non vederle. Non voglio firmare la lettera perché abbiamo figli amatissimi, che devono stare fuori da tutto questo anche se credo che ogni giorno il passato dei loro genitori influenzi in qualche modo le loro vite perché noi, prima di loro, siamo stati bambini senza radici, cresciuti senza sostegno. D’altra parte, non voglio nemmeno che mio padre sia messo alla gogna, perché non lo vorrei per nessuno. Non so se mai potrò perdonare ma la gogna, davvero, non deve esserci mai, per nessuno.  La mia unica preoccupazione è che ciascuno di noi possa guardare con più attenzione ai bambini che hanno intorno, perché i bimbi sono patrimonio di tutti e tutti devono essere sempre tutelati. Un bambino violato sarà un adulto zoppo, sempre. Un proverbio africano, sin troppo citato, recita: “Ci vuole un villaggio per crescere un bambino”…il mio augurio è di creare insieme questo villaggio.

S. F.

Testimonianza di Cintia Costa, ex focolarina

Nel 1992 avevo diciotto anni e sono andata a vivere per sei mesi in una comunità per giovani del Movimento dei Focolari a Loppiano, in Italia. Pensavo che sarebbe stata un’esperienza religiosa che mi avrebbe aiutato a diventare una persona migliore e a crescere dal punto di vista spirituale. Mi è stato detto che sarebbe stato indimenticabile e mi avrebbe cambiato la mia vita in meglio. Ci credevo pienamente – sebbene avessi già sentito le esperienze di altre ragazze che, avendo trascorso del tempo lì, avevano incontrato molte difficoltà ed erano arrivate a lasciare il Movimento al loro rientro in Brasile; di loro si diceva che fossero persone “deboli” e si sottolineava che non tutti sono adatti a diventare membri del Focolare a tutti gli effetti. Mi sono imbarcata nel marzo 1992 insieme a una delle mie migliori amiche; eravamo molto eccitate. Prima abbiamo partecipato a un incontro a Roma, poi siamo andate a Loppiano. La mia amica si sarebbe fermata per qualche settimana, poi sarebbe tornata in Brasile. Poiché non parlavamo molto bene l’italiano, siamo rimaste assieme ogni volta che potevamo, per condividere ciò che vedevamo e commentare quello che trovavamo interessante. Fummo presto sgridate perché dovevamo fare amicizia con le altre ragazze. In verità, non capivo con esattezza per cosa ci rimproverassero perché capivo molto poco l’italiano: capivo che stavo facendo qualcosa di brutto perché il tono che usavano con noi era molto aggressivo. Quel richiamo ci spinse a vivere con paura ogni momento che ci dedicavamo l’un l’altra. Il Movimento, in pratica, scoraggiava un’amicizia troppo stretta tra di noi, spingendoci a conoscere persone nuove. Quando la mia amica è partita, io sono rimasta a Loppiano. Nei primi tempi in cui mi trovavo lì, la nostra coordinatrice ha convocato un incontro di emergenza con le mie coinquiline; in quell’occasione ha sgridato con severità – umiliandola e screditandola con violenza – la ragazza che svolgeva le veci di rappresentante del gruppo; in quell’occasione non capii che cosa avesse fatto per meritarsi quel richiamo. Di lì in avanti fu soprannominata il “cancro” della casa. In tutta sincerità, quel comportamento da parte della coordinatrice mi scosse moltissimo, provocandomi grande turbamento. In particolare, non eravamo autorizzate a chiedere né a dire nulla a tal proposito. Mi sono trovata a piangere per la situazione che si era creata, né fui la sola a reagire così. E questa è stata solo una delle vessazioni a cui ho assistito e per le quali ho sofferto a Loppiano. Ancora oggi non capisco come si potesse insegnare a “vedere Gesù” in tutte le persone e trattare tutti nel miglior modo possibile, amare il prossimo, fare gesti d’amore, “essere santi” quando in realtà assistevo quotidianamente a umiliazioni, minacce, abusi psicologici e atti di bullismo. Era come se ci fossero due Movimenti: uno per le persone che non conoscevano a fondo il Movimento ed erano felici di tutto (come lo ero io quando lo avevo incontrato a dodici anni) e un altro per le persone interne. Ho ascoltato i discorsi della fondatrice del Movimento per ore e ore e tenuto sue foto ovunque: solo lei sapeva cosa era meglio per noi; solo lei aveva il “messaggio” giusto per la vita di ciascuna di noi. Ho imparato poco sulla Bibbia, andare a Messa ogni giorno era un dovere molto meno importante dell’ascolto di Chiara Lubich. Una volta la coordinatrice mi sgridò per aver letto un libretto che conteneva i discorsi della fondatrice, trovato nella casa in cui abitavo: mi ha detto che avrei dovuto leggerlo solo in presenza di altri superiori. Non capii affatto che cosa non andasse nel mio comportamento: tutto ciò che riguardava la Lubich sembrava così importante… Una volta ci portarono nel giardino della casa in cui abitava e ci chiesero di cantare, nella speranza che si affacciasse per salutarci. Io mi sentivo ridicola, in quella attitudine un po’ idolatrica; Chiara non si faceva vedere e ci dissero di accettare la frustrazione “abbracciando Gesù abbandonato”. Mi parve davvero fuori luogo dare tutta quella importanza a una persona. Mi costrinsero a lasciare il mio fidanzato Eduardo , riprendendo gli studi per sostenere l’esame di ammissione alle scuole superiori. Dopo alcuni mesi mi sono accorta che non ce l’avrei più fatta a restare nel Movimento: ho dunque deciso di lasciarlo, convinta che a causa di quell’allontanamento sarei bruciata all’inferno dopo la mia morte. La mia autostima era stata annientata: mi era stato detto che ero una persona debole per non essere in grado di continuare a frequentare il Movimento, unica via verso la felicità più autentica. Oggi, a trent’anni di distanza, provo ancora tristezza per le sofferenze di cui ho dovuto farmi carico inutilmente durante il periodo adolescenziale trascorso nel Movimento. A sollevarmi è il costante impegno, coadiuvato da una solida psicoterapia, a cercare modi per rielaborare questa parte della mia vita.

Cintia Costa – Brasile

Testimonianza di Rosh K., ex focolarina

Ho conosciuto il movimento quando avevo 7 anni, ho frequentato il Movimento prima con Gen3 e poi come Gen2. Mi sembrava di aver trovato Dio nell’essere più profondo di ogni prossimo e mi sentivo chiamata a dare la mia vita per quello. Ero molto attiva nel movimento, come Gen non avevo fatto dei “voti” ma di fatto si praticava l’ubbidienza verso i superiori in quanto rappresentava la Volontà di Dio per me. Ho aiutato concretamente con la costruzione del Centro Mariapoli. Sono sempre stata una persona piena di creatività e di spontaneità ma nelle stesso tempo ero combattuta con quello che sentivo dentro con il mio orientamento sessuale. Con il tempo si è creato un legame molto profondo con una focolarina brasiliana durato circa 5 anni (io all’epoca avevo circa 19 anni): questa focolarina si era impegnata per tanti anni in diversi focolari in Europa. Tra di noi c’era un amore profondo spiritualmente e puro. Parlavamo molto e liberamente e io cercavo di dare risposte che sorgevano dalla mia purezza interiore. Improvvisamente questa focolarina doveva prendere una decisione in pochissimi giorni: troncare ogni tipo di contatto con me e rimanere nel centro-zona oppure prendere 1000 euro e il primo aereo per il Brasile. La focolarina non riusciva a chiudere ogni rapporto con me e successivamente è stata trasferita oltre oceano. Era stata annullata come persona e poi veniva considerata come malata: la capozona diceva “bisogna togliere la mela marcia per non rovinare le altre mele”. Il nostro rapporto, il nostro amore era “una mela marcia”… io ero come paralizzata, senza parole, piena di tristezza. Dopo la sua partenza io ero a pezzi e come se niente fosse la capozona continuava ad invitarmi in centro zona. Successivamente sono diventata insegnante di belle arti ed è proprio grazie all’arte che sono riuscito a mettermi in piedi. L’arte mi parlava di Dio e  nell’arte potevo esprimere tutto della mia relazione con Lui e della parte più intima della mia anima. Nella bellezza silenziosa delle opere e delle immagini artistiche sperimentavo che io non sarei mai rifiutata da Dio!  Il mio essere “diversa” era il MIO Gesù in croce… Sono nato con l’apparenza di una donna, ma con sensazioni ormonali e mentali da uomo. Proprio per questo ho creato problemi a qualche persona responsabile nel centro-zona in Olanda. Potevo essere “il maciste” nei lavori di costruzione del centro Mariapoli, ma contemporaneamente sparivano le focolarine che erano troppo “attaccate” a me oppure se ero causa di “dubbi”. Il movimento ha distrutto le mie origini sociali e spirituali.   Mi sono rialzato e dopo una strada lunga ho trovato la mia natura biologica e identità maschile. Mi sono sposato con una donna che mi ha dato due figlie meravigliose.  Solo qualche anno fa è stato scoperto, in un esame medico, che sono nato con un testicolo. Il mistero era risolto, un semplice testicolo  ha determinato le ossa ed i muscoli da uomo. E la definizione transessuale è diventato inter-sessuale: due generi in una persona. Dio mi ha creato così! Il mondo di Dio è così semplice e miracoloso: sono diventato un “ponte” tra due generi e dopo tanti anni di scoraggiamento ho accettato che posso vivere così la mia libertà. E ora lo scrivo qui perché sono degno di essere amato come la persona unica che sono. Siamo tutti immagini della bellezza di Dio e nessun artista può creare una tale bellezza! Ora, dentro di me sperimento fino alle ossa la grandezza della creazione! Alla fine, la mia vita colorata attuale mi libera dalla retorica e richieste false con le quale Chiara ed il movimento hanno manipolato le persone e imprigionato se stesso, per paura, amarezza, controllo e autodifesa. E quella gente del movimento è addirittura troppo debole per riconoscere tutto questo. Cercano di creare un immagine di qualcosa che non è della natura umana. La struttura diventava fine a se stessa.  In fondo anche Chiara è stata una creatura umana, ma con una storia fabbricata di eroismo e devozione ha scelto di fuggire dalla propria croce  e ha abusato della chiesa. Per me l’abuso vissuto all’interno del movimento sta nel fatto che la purezza che sperimentavo dentro di me non ha trovato eco, c’è stato un rifiuto profondo dell’amore che avevo dentro di me, amore in tutte le sue sfumature, colori e lingua. Lo stesso rifiuto ha portato a tanti giudizi e condanne per le mie “amicizie speciali” ma anche per la mia creatività e spontaneità. Dovevamo vivere come Maria, almeno secondo la visione delle focolarine, però io personalmente non ero capace di rispondere a questa immagine. Chiara Lubich e il suo movimento si sono messe sul trono di Dio per “possedere” le persone che si volevano dedicare al grande ideale dell’unità. Io facevo parte semplicemente del proletariato, dell’esercito e la voce di Dio veniva da “altri”, dalla gerarchia e dai responsabili che rappresentavano la volontà di Dio, io dovevo agire senza ragionare. Non riuscivo a stare dietro questo modo di vivere , facevo fatica ma le focolarine mi chiedevano ugualmente aiuto aiuto per es. nella costruzione del centro Mariapoli.  Ho ancora in cuore quelle persone e tutte le sofferenze venute fuori da richieste ed esigenze impossibili imposte e nonostante tutto, bisognava continuare a sorridere. L’Amore (con la A maiuscola) che sentivo dentro di me è stato rovinato da chi predicava il bene e il male, i vizi e le virtù. Eravamo semplicemente ragazze giovani che cercavano di fare tesoro del “bene”; abbiamo visto danneggiare in modo crudele le persone, hanno aperto dei cuori e di seguito li hanno calpestati, hanno danneggiato rapporti sacri di persone che vivevano in contatto con Dio.  E perché? Perché come “gruppo” non sono mai soli e nudi nei confronti del mondo e con le loro regole e loro soldi hanno già escluso l’insicurezza dall’esistenza umana.   Non so cosa posso aggiungere di più. Spero che ognuno di voi, prendendo distanza dal movimento, non perda il significato di Gesù Abbandonato. Avevo sempre un desiderio profondo di essere un sacerdote, ma non ho mai potuto fare questo mestiere. Eppure spero che insieme a tutti voi posso sperimentare l’Amore e la Sapienza più grande!  Per ora un saluto amorevole dai Paesi Bassi. Rosh K. – Amsterdam, Olanda