In questa sezione pubblichiamo inchieste e articoli divulgativi per tracciare l’identikit del pedofilo ed evidenziare le peculiarità della pedofilia di matrice ecclesiastica

«La violenza su un bambino è un omicidio psichico»

«La pedofilia è l’esito estremo di un processo di annullamento della sessualità» dice in questa intervista la pediatra e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti

Le domande esca di un prete pedofilo alla sua preda

Come è emerso dall’indagine conoscitiva della Conferenza episcopale tedesca del 2011-2014, sono queste solitamente le domande utilizzate dal predatore di bambini per carpire informazioni e per verificare il grado di vulnerabilità della possibile preda: «Hai commesso atti impuri? Quali? Ti sei toccato? Dove? Quello che hai fatto è un peccato molto grave, difficile da perdonare, lo sai? Se fai quello che ti dico, chiederò io a Dio di perdonarti, sei d’accordo? Sai mantenere un segreto?». Le ha rese note il vescovo di Treviri, Stephan Ackermann. «Ogni violenza che abbiamo accertato era premeditata con perfidia. I sacerdoti hanno carpito “pazientemente” la fiducia delle loro vittime e, dopo la manipolazione psicologica, ne hanno abusato in momenti di tranquillità. Durante la preghiera, durante la confessione» ha detto mons. Ackermann che nel 2010 è stato responsabile della commissione indipendente d’inchiesta commissionata dalla Chiesa tedesca nelle diocesi di Monaco, Essen, Magonza e Ratisbona. Al termine dell’indagine sono state accertate circa 1.200 vittime di sacerdoti pedofili negli anni dal 1950 al 1980.

Fonte C. Lindner, M. Ruch, M. Kratzer, Bischof Ackermann: Die Kirche hat vertuscht, in “Rhein Zeitung”, 16 marzo 2010 – pubblicato sul libro “Chiesa e pedofilia” di Federico Tulli (L’Asino d’oro ed., 2010)

Alle radici del silenzio, dell'omertà, della complicità, dell'impunità #1

«Esistono delle caratteristiche tipiche della pedofilia clericale, senza con ciò voler creare un’inutile gerarchia tra reati. La sua specificità è data dalla dimensione sacrale (il ruolo del sacerdote che sfrutta il ‘sentimento’ religioso, la sua autorità e la sua paternità fittizia per abusare di un minore); dalla dimensione spirituale: i danni alle vittime implicano un diverso senso di colpa e di vergogna, una perdita di fiducia e la sensazione di tradimento, una confusione di carattere morale che coinvolgono appunto la sfera spirituale; dalla dimensione sociale: lo status del sacerdote, del religioso e della religiosa che godono di privilegi e di un credito socialmente riconosciuto molto più alto di qualsiasi altro membro della società, proprio in funzione di quella natura sacra che caratterizza la loro figura; dalla dimensione istituzionale: la vittima ha a che fare non solo con il suo carnefice, ma con un’istituzione, di cui il pedofilo fa parte, che agisce anche a livello politico, oltre che sociale e religioso, con suoi propri organi di propaganda e informazione e che mette in piedi una rete di complicità. Istituzione che contiene al proprio interno una serie di elementi che favoriscono il fenomeno degli abusi e che attirano, proprio per la scarsità dei controlli e la risibilità delle pene, personalità abusanti. Tra questi elementi c’è l’imposizione obbligatoria del celibato, che è una con-causa della pedofilia clericale, perché contribuisce a formare una personalità immatura; a maggior ragione se il celibato è imposto come stile di vita a giovani adolescenti, come accade nei seminari minori e in molte istituzioni cattoliche».

Fonte Brano tratto da un articolo del politologo T. Dell’Era pubblicato su Adista Segni Nuovi del 4 giugno 2011

Alle radici del silenzio, dell'omertà, della complicità, dell'impunità #2

Ton Leerschool è nato e vive in Olanda. Vittima a 13 anni di un sacerdote pedofilo, è membro del Cda di Mannenhulpverlening na seksueel misbruik, una fondazione non-profit che si occupa delle vittime di abusi sessuali. Nel 2011 ha fondato, insieme con Sue Cox, Survivors voice Europe, un’associazione internazionale per la tutela dei diritti di persone violentate in età prepubere da preti. In quello stesso anno la “Commissione Deetman” si è avvalsa anche della “consulenza” di Leerschool. La Commissione Deetman è stato un organismo indipendente che ha indagato sui crimini pedofili nella Chiesa olandese tra il secondo Novecento e i primi anni Duemila, riuscendo a ricostruire le responsabilità di circa 850 sacerdoti e stimando un numero di vittime compreso tra 10mila e 20mila. Ecco cosa ci ha raccontato Leerschool: «Chi ascolta attentamente le dichiarazioni della Chiesa cattolica si rende conto che le frasi allontanano velocemente l’attenzione dal passato, portandola sul presente e sul futuro». La Chiesa, aggiunge, «vuole farci credere che gli abusi non si ripeteranno nel futuro, ma non vuole assolutamente ripulire o risolvere i danni procurati nel passato. I casi di abusi “sessuali” al suo interno non sono incidentali, ma sono strutturali in tutto il mondo, in tutte le scuole cattoliche, negli ospedali, negli istituti: l’abuso non è un difetto nel sistema, l’abuso era ed è “il” sistema della Chiesa cattolica. Non aspettiamoci che ripuliscano il danno fatto per loro scelta, non lo faranno mai. Solo incalzandoli con crescenti e continue pressioni da tutti i fronti, politico, opinione pubblica, cattolici praticanti e così via, potremo vedere un giorno i responsabili in ginocchio».

Fonte Brano dell’intervista di Federico Tulli a Ton Leerschool pubblicata sul libro “Chiesa e pedofilia” di F. Tulli (L’Asino d’oro ed., 2010)

Raffaello Sanzio, Ritratto di Giulio II (1511); National Gallery, Londra

Alle radici del silenzio, dell'omertà, della complicità, dell'impunità #3

È l’anno 305 quando il Concilio di Elvira stabilisce come punizione per gli «stupratores puerorum» il rifiuto della comunione. Poi, per un migliaio di anni poco o nulla viene tramandato. Certamente non perché miracolosamente gli abusi siano cessati. 
Nota lo storiografo Claudio Rendina nel suo libro I peccati del Vaticano (Newton Compton, 2009):

Stranamente l’alto e basso Medioevo non ci rivelano casi di pedofilia nei quali siano coinvolti ecclesiastici, ma questo dipende anche dall’ignominioso concetto che i bambini di quel tempo sono ritenuti posseduti dal demonio, tanto da essere torturati e bruciati vivi affinché possano espiare le loro colpe. Questi bambini non sono altro che i capri espiatori su cui sfogare libidini, risentimenti politico-religiosi, superstizioni e paure di un’intera comunità, e quindi eventuali casi di pedofilia rientrano nell’applicazione di certe condanne.

Tutta la storia della Chiesa è dunque attraversata da episodi di abusi e violenze sui bambini di cui si sono resi protagonisti anche numerosi pontefici. 
Dal 366, con Damaso I, fino al 1550, con Giulio III, se ne contano diciassette. Come Sergio III il quale, salito al trono pontificio nel 904 a quarantacinque anni, ebbe per amante la quindicenne Marozia. E come Sisto IV, papa dal 1471 al 1484, noto alle cronache dell’epoca per la sua relazione con un dodicenne. E poi ancora Giulio II, nel 1511, con il piccolo Gonzaga di dieci anni. E Giulio III con Innocenzo del Monte, anche lui dodicenne, che lo stesso Papa nominerà cardinale a diciott’anni. 
Siamo nel 1550 e una pasquinata di allora recita:

Ama Del Monte con ugual ardore
la scimmia e il servitore.
Egli al vago femmineo garzoncello
ha mandato il cappello*: 
perché la scimmia, a trattamento uguale,
non fa pur cardinale?

*nb. l’ha nominato cardinale

FonteChiesa e pedofilia” di Federico Tulli (L’Asino d’oro ed., 2010), pp.19-20

Alle radici del silenzio, dell'omertà, della complicità, dell'impunità #4

La sapiente opera dell’Inquisizione romana (fondata nel 1542 da Paolo III) riuscì a far passare sotto silenzio per i tre secoli successivi le violenze sui bambini commesse da uomini di Chiesa

E dunque guardiamo in faccia la verità: che è quella di una turpitudine storica e non solo episodica, giuridica e non solo morale. Questa vicenda è cominciata secoli fa: la inaugurò papa Paolo IV Carafa quando nel 1559 stabilì che i preti e i frati colpevoli di reati di natura sessuale nati nel contesto della confessione sacramentale dovessero essere sottoposti al Sant’Uffizio dell’Inquisizione. Era una misura in apparenza radicale, dura, minacciosa per i colpevoli: in realtà era la via d’uscita per chiudere la conoscenza di episodi scandalosi nello spazio giuridico di un tribunale ecclesiastico segretissimo. La ragione della scelta era ovvia: Lutero aveva bruciato non solo la bolla di scomunica ma anche l’intero corpus del diritto canonico, giudicato da lui una delle muraglie con cui il clero si era alzato al di sopra del popolo cristiano. La Chiesa cattolica ribadì la superiorità sacrale del clero, mantenne il diritto canonico e il privilegio del foro per i chierici e, nel confermare l’obbligo del celibato ecclesiastico, preparò un comodo rifugio per chi lo infrangeva e per chi infangava il sacramento del perdono dei peccati attentando ai minori e alle donne che si affacciavano al confessionale. Da allora e per secoli i processi per i casi di «sollicitatio» sono stati nascosti dal segreto impenetrabile del Sant’Uffizio mentre i colpevoli venivano semplicemente trasferiti di sede per difendere il buon nome del clero: fino a oggi.

Adriano Prosperi, L’obbligo della verità dopo troppi silenzi, su “Repubblica” del 27 marzo 2010 

Fonte Brano tratto da Chiesa e pedofilia di Federico Tulli (L’Asino d’oro ed., 2010)

L'epidemia nascosta. La pedofilia nella Chiesa, prima di Spotlight

Poche ore prima di un altro evento che avrebbe cambiato il corso della storia contemporanea, gli Stati Uniti si sono trovati per la prima volta a fare i conti con un’agghiacciante realtà. È il 10 settembre 2001 quando l’Università di Pennsylvania rende noti i risultati di due anni di studi sul fenomeno degli abusi “sessuali” sui minori compiuti sul territorio nazionale. Le cifre sono drammatiche: un bambino su 100 negli Usa è vittima di crimini che vanno dalla prostituzione alla pornografia ad altre forme di sfruttamento “sessuale”, in casa e a scuola.

A rischio è soprattutto chi scappa di casa o è rimasto senza famiglia. Spesso i bambini che fuggono di casa lo fanno per sottrarsi alle violenze e agli abusi subiscono dai familiari. In totale, spiegano i ricercatori, sono tra i 300 e i 400.000 minori vittime del cd. mercato del “sesso”, femmine e maschi in egual misura. Lo sfruttamento “sessuale” – racconta al New York Times Richard Estes, uno degli autori della ricerca commissionata dal dipartimento della Giustizia alla National association of social workers e alla facoltà di Scienze sociali della University of Pennsylvania – è la forma più nascosta di abuso sui minori che esista al giorno d’oggi. È l’epidemia meno conosciuta della nazione.

Ma l’America non ha tempo di interrogarsi. L’attacco di al-qa‘ida alle Twin Tower rimanderà di tre mesi la presa d’atto della Nazione nei confronti di un cancro, quello della pedofilia, che non aveva attecchito solo nelle abitazioni e nelle scuole.

All’inizio di gennaio del 2002 la condanna a dieci anni di carcere, comminata a un prete della diocesi di Boston per aver violentato un bimbo di dieci anni, scoperchia una botola su un pozzo che in poco tempo si rivelerà senza fondo.

Il sacerdote si chiama John J. Geoghan, ha sessantasei anni, ed entra in prigione per l’ultimo dei suoi crimini commessi. Nell’arco di trent’anni, Geoghan ha infatti molestato oltre 130 bambini (ma diverse altre fonti gli attribuiscono circa 200 piccole vittime) nelle sei parrocchie dove era stato chiamato a svolgere il suo sacerdozio e da dove ogni volta è stato trasferito nonostante i suoi superiori fossero a conoscenza delle sue tendenze pedofile.

Per questo motivo, il 6 marzo 2002, l’Arcidiocesi di Boston (oltre due milioni di fedeli) guidata da uno degli uomini più influenti e carismatici della Chiesa Usa, il cardinale Bernard Law, accetta di pagare circa 30 milioni di dollari alle famiglie delle vittime. In questo modo Law è convinto di essere riuscito a tappare la falla. Con l’accordo raggiunto vengono risolti 84 casi relativi ad altrettanti episodi di violenza di cui padre Geoghan si era reso responsabile.

Su altre 48 denunce i tribunali del Massachussetts non fanno a tempo a pronunciarsi. Il prete pedofilo viene assassinato in carcere da un altro detenuto ad agosto del 2003.

Nel frattempo la diocesi di Boston e Bernard Law erano finiti sotto la lente dei giornalisti del team Spotlight del Boston globe, per altri nuovi sconvolgenti casi di pedofilia… [Federico Tulli]

Fonte principale Chiesa e pedofilia di Federico Tulli (L’Asino d’oro ed., 2010)

La ragione genera mostri

Chi è davvero interessato a far luce sui crimini pedofili che avvengono negli ambienti ecclesiastici si chiede spesso se Oltre Tevere sia del tutto chiaro il livello delle mostruosità che per decenni, e probabilmente fino a oggi, sono state compiute nella più totale impunità da preti pedofili. Già perché nella Chiesa, dal papa in giù, prevale ancora l’idea che la violenza su un bambino prepubere sia un delitto contro la morale, di cui peraltro non si è macchiato solo il carnefice: le Norme della Chiesa parlano di atto sessuale di un chierico ‘con’ un minore e nessuno le ha cambiate. Nemmeno papa Francesco. Fatto sta che, come per esempio ha ricordato l’avvocato inglese David Greenwood – legale di numerose vittime -, è stato riscontrato che in media ogni singolo pedofilo abusa dozzine di bambini in molteplici occasioni, alludendo alla serialità di questo delitto. La domanda che per primo dovrebbe farsi chi davvero vuole porre le basi per impedire a queste persone di stroncare l’esistenza di esseri umani inermi è: che tipo di profilo ha il pedofilo? È davvero ‘soltanto’ un criminale?

Chiediamo allo psichiatra e psicoterapeuta Domenico Fargnoli di aiutarci a fare chiarezza.

È mia opinione – chiarisce subito Fargnoli – che la pedofilia sia da considerare una malattia, o più precisamente un sintomo di una malattia. Un padre di famiglia, magari con tre figli, che passa gran parte del suo tempo in fantasticherie masturbatorie rivolte al bambino dei vicini, si può davvero considerare esente da ‘disturbi psichici’? La fantasticheria, in quest’ultimo caso, poiché virtuosa, cioè non agita, non avrebbe valore clinico? Credo che sia necessario considerare la persona nel suo complesso e non solo a partire da un comportamento apparentemente ineccepibile». 

In altre parole, uno psichiatra non può limitarsi alla mera constatazione di fatti, nella fattispecie violazioni del codice penale, ma deve indagare anche le ‘intenzioni’. «È così – prosegue Fargnoli –. Si potrebbe porre la domanda se esista una particolare ‘personalità’ pedofilica o se l’agire pedofilico sia il sintomo di uno scompenso psicotico, nella fattispecie schizofrenico, che si esprime con atti di violenza su minori. In altre parole, la condotta pedofilica è il risultato di uno sviluppo progressivo di una personalità con caratteristiche peculiari? O essa segna una rottura nella vita di relazione di un soggetto la cui condotta ‘sessuale’ diventa a un certo punto completamente assurda? Tanto assurda da rivolgersi concretamente verso bambini impuberi o preadolescenti, con un effetto su di loro devastante e traumatico. Rispondere a domande come quelle prima formulate è estremamente difficile, perché dovremmo comprendere come mai alcuni soggetti passano all’atto e altri no. Oppure capire come una psicosi si innesti su di una precedente personalità abnorme. Su questi ultimi temi, la maggior parte degli psichiatri brancola nel buio».

Il magistrato anti-pedofilia Pietro Forno in un’intervista ha detto: «Il discorso sugli abusi viene spesso liquidato come un problema di pedofilia. Ma il prete che abusa di un bambino è più paragonabile a un genitore incestuoso che a un pedofilo di strada che insidia i bambini ai giardinetti. È stato condannato a Milano un sacerdote che nel confessare ragazze di 14 o 15 anni le faceva spogliare e le palpeggiava dicendo: ‘Lo vuole Gesù’. Ecco, il concetto del ‘lo vuole Gesù’ è il punto d’arrivo dell’incesto spirituale».

«Per commentare questa affermazione bisogna partire da un dato di fatto», osserva Fargnoli: «Il sacerdote ha un enorme potere spirituale, tanto che spesso viene chiamato ‘padre’, e questo è significativo. Se guardiamo questi episodi in senso non biologico ma spirituale e morale, ci troviamo di fronte più a un abuso incestuoso che a un classico stupro. Ricordo che anche nelle cronache si parla di atti avvenuti in confessionale. E io mi chiedo: perché proprio in confessionale? Perché proprio in quel luogo e in quel momento? Perché è in quel momento che più intensamente il sacerdote si presenta come rappresentante di Dio. Il confessionale viene considerato, in questa domanda, come luogo dove si consumerebbe in alcuni casi un incesto spirituale, ma non solo: interessante. Ora, il confessionale è anzitutto l’ambito in cui si espongono le proprie colpe, e la colpa delle colpe per il cattolicesimo è esattamente la sessualità. Il sacerdote si trova in questa strana posizione di intermediario fra il soprannaturale e il naturale, fra il sacro e il profano: dovrebbe assolvere a una funzione nobilissima e delicatissima e invece si comporta nel più prosaico e riprovevole dei modi. Si abbandona a una condotta immorale e criminale».

Come mai? «Uno degli aspetti del problema è che il sacerdote manifesta una falsa personalità che viene sollecitata in un punto debole: l’esperienza dell’intimità. La capacità di vivere una relazione irrazionale fra due persone, nella quale si esprime la parte più profonda e autentica del Sé, è uno degli aspetti della sanità mentale: confrontati con questa esigenza alcuni manifestano una drammatica impotenza e un vuoto interiore. Si dissociano completamente e diventano schizofasici: ‘Gesù lo vuole’. Ma non era Gesù che diceva che chi arrecherà un danno a un bambino è meglio che si leghi una macina di mulino al collo e si getti in acqua? I sacerdoti nel confessionale, contravvenendo alla propria missione, cercano un’intimità fisica là dove sarebbe richiesta un’intimità psichica, confondono il corpo con la mente».

In interiore homine habitat veritas diceva sant’Agostino. Ma qual è la veritas, l’intimità dell’uomo, per il prete? «Il rapporto con la trascendenza, con il sacro inteso come assolutamente altro dall’umano, il fascinans et tremendum che nell’esperienza mistica assume l’aspetto di una tensione verso l’annullamento di se stessi nel totale assoggettamento alla divinità», risponde Fargnoli. «Nel sacro si aliena e si smarrisce la dimensione dell’irrazionale, che perde ogni connotazione umana e il riferimento alla realtà concreta del corpo. Nell’agire psicotico del prete che violenta le fanciulle, o le sottopone a punizioni corporali erotizzate come riferiscono le cronache della Controriforma, si evidenzia un cortocircuito mentale e tutta la drammaticità della scissione e della confusione fra spirito e materia che è al centro della dottrina cristiana. Quando la realtà del corpo annullata riaffiora magari per una sollecitazione molto terrena e imprevista nel confessionale, essa dà vita a comportamenti assurdi e paradossali, a una reattività delirante che ‘erotizza’ relazioni e stimoli che dovrebbero rimanere al di fuori della sfera della sessualità. Nella pedofilia è presente una ‘coscienza di significato abnorme’, come la chiamavano gli psicopatologi, o un ‘Bedeutungswahn’, un delirio di significato più o meno circoscritto alla sfera del comportamento sessuale: si prova un’eccitazione di fronte al bambino impubere, come se al suo essere si potesse attribuire un ‘significato’ sessuale. Rispetto al tema del rapporto fra incesto e pedofilia, si può essere d’accordo sul fatto che il prete pedofilo si pone come surrogato idealizzato della figura paterna, e in quanto tale agisce un incesto. Però non deve sfuggire il nesso fra incesto e figlicidio. Per esempio, la tragedia di Edipo nasce dal fatto che Laio, e indirettamente Giocasta, hanno tentato di uccidere il figlio. Il comportamento incestuoso è spesso solo un travestimento reattivo, una mutazione successiva che subisce una tendenza a uccidere rivolta verso una figura filiale. L’abuso del pedofilo il più delle volte tende all’omicidio psichico del bambino e si arresta, quando si arresta, un momento prima dell’annientamento fisico».

Il Vaticano ha predisposto un maggior rigore nei controlli sulle ammissioni ai seminari, in particolare per ‘verificare la reale disponibilità dei candidati a votarsi a una vita di celibato e castità’. Celibato, castità e pedofilia. C’è davvero un nesso? «Il celibato e la castità», racconta lo psichiatra, «sono solo mezzi per perseguire l’annullamento del corpo e dell’identità connessa a ogni forma di desiderio sessuale. Nelle vite dei santi si legge spesso come il digiuno e la conseguente debilitazione organica fosse un espediente per impedire l’insorgere del desiderio. Nell’ambito dell’analisi fin qui svolta, è chiaro che il celibato e la castità in quanto negazione della realtà corporea non possono che facilitare l’insorgere di forme di condotte sessuali perverse, che nei casi estremi si configurano come ‘parafilie’ o pedofilia. Il pedofilo reagisce con un eccitamento sessuale a stimoli che per loro natura, come quelli provenienti dai bambini, non sono sessuali. In lui è presente, come ho già detto, un ‘Bedeutungswahn’, un delirio di significato. Vale a dire una alterazione del pensiero e della capacità di giudizio. Si attribuisce un significato ‘sessuale’ a situazioni di rapporto che niente hanno a che vedere con la sessualità. Ciò è la conseguenza di un annullamento del nesso che intercorre fra realtà fisica e psichica. Da una parte si ha l’ideale di una spiritualità astratta completamente desessualizzata, dall’altra un corpo che ridotto a un fascio di reazioni cieche è suscettibile, quando non si può ignorare la sua esistenza, di indurre un agire autistico e criminale in totale disprezzo delle norme e dei valori alla base della convivenza sociale».

La pedofilia è un fenomeno criminale che ovviamente non si annida solo all’interno della Chiesa. I pochi dati a disposizione dicono che gli abusi avvengono quasi sempre in ambito familiare, o comunque da parte di persone fidate o conosciute dalla vittima. Come si spiega? «Il pedofilo di solito pianifica la propria azione, come dimostra il caso Chiatti, si muove con circospezione e colpisce là dove lo ritiene possibile», sottolinea Fargnoli. «Quindi più conosce le sue vittime più pensa di prevederne le reazioni: se si muove in ambito familiare ovviamente è più al sicuro rispetto a un contesto sconosciuto. In famiglia può contare sulla propria autorità genitoriale e su eventuali complicità di persone che hanno l’interesse a mantenere intatta un’immagine di onorabilità rispetto all’ambiente esterno. Questo meccanismo agisce anche nella Chiesa, che protegge i suoi membri dagli scandali per proteggere se stessa dagli attacchi dei suoi detrattori». 

C’è poi un discorso più complesso, su come la struttura delle relazioni e dei rapporti di potere nell’ambito delle famiglie nelle civiltà occidentali sia stata e sia tutt’oggi funzionale alla trasmissione e alla creazione di processi psicopatologici. 

«La famiglia che uccide era il titolo emblematico di un famoso libro dello psichiatra Morton Schatzman, in cui si analizzava il rapporto fra padre e figlio: il presidente [della Corte di Appello di Dresda, NdA] Paul Schreber, autore delle Memorie di un malato di nervi (analizzate da Freud nel 1911), e suo padre Moritz, celebre educatore e inventore di metodi pedagogici coercitivi. La psicosi di Schreber si potrebbe mettere, secondo Schatzman, in relazione con gli ‘abusi’ del padre, particolarmente autoritario e disumano coi figli. Da alcune ricostruzioni storiche e biografiche sappiamo che il ‘presidente’ potrebbe essere stato violentato dal fratello Gustav, morto poi suicida, che avrebbe dovuto sorvegliare, per volontà paterna, le tendenze masturbatorie del più piccolo Paul».

L’avvocato Greenwood ha spiegato che molto spesso le vittime di un pedofilo non denunciano l’abuso per un forte senso di vergogna e paura, puntando il dito contro il giudizio morale che ancora oggi ‘pesa’ su chi viene stuprato. Questo accade anche nelle violenze subite dalle donne. C’è un retaggio culturale che finisce per fornire una sorta di immunità agli stupratori. 

«Sappiamo che nella psichiatria americana e quindi mondiale c’è una tendenza a fornire un alibi ‘biologico’ ai pedofili: brave persone, anche ‘virtuose’, ma nate con una connettività cerebrale diversa da quella degli eterosessuali. Non sono responsabili di essere come sono: quindi non c’è nessun senso di colpa da elaborare. Ma se non ci sono violentatori non ci sono neppure violentati. La pedofilia rientrerebbe nell’ordine naturale delle cose. Che dire poi dell’idea freudiana che nella sessualità cosiddetta normale ci sarebbe comunque una componente di sadismo? Che dire dell’idea del bambino come polimorfo perverso, cioè potenziale seduttore di adulti? Che dire della difesa di Michel Foucault e di molti altri intellettuali francesi della cosiddetta ‘pedofilia dolce’? Quel Foucault il cui pensiero è stato adottato acriticamente in Italia da Franco Basaglia e Peppe Dell’Acqua. Oltre a ciò, oltre a essere immersi in una cultura che deriva direttamente dalla paideia greca e ne rinnova la tradizione, noi siamo bombardati da una spettacolarizzazione della violenza attraverso il cinema, la televisione, i mass media. L’omicidio, le stragi fanno audience. E noi ci convinciamo che uccidere è normale. ‘Le persone normali, tutti noi potremmo rientrare in una storia di delitti’ ha scritto Vittorino Andreoli. E perché no, anche di pedofilia. E le vittime si convincono dell’ineluttabilità di essere tali perché, come ci raccontano i ‘cattivi maestri’, il mondo gira in questo modo. Anche Gesù in fondo è stato una vittima, ma non si è ribellato alla volontà del Padre che lo aveva abbandonato alla sua sofferenza nell’Orto del Getsemani. Anche i papi, in tempi recentissimi, hanno concesso l’impunità a noti pedofili nelle gerarchie ecclesiastiche come al fondatore dei Legionari di Cristo».

Ciò significa che si deve subire in silenzio? «Molti ci hanno creduto e continuano a crederci, come le donne violentate e massacrate da coloro che dichiaravano di comportarsi così in nome dell’amore. Il figlicidio, come si evince dalle cronache, spesso si accompagna al femminicidio: i due fenomeni hanno origine dalla medesima mentalità. La ragione, che ha il suo fulcro nell’identificazione con il padre, genera mostri. Non però durante il sonno, come diceva il pittore spagnolo Francisco Goya in una sua famosissima litografia del 1797, ma nello stato di veglia e di coscienza», precisa Fargnoli. «E questi mostri partoriti da una razionalità morbosa», conclude lo psichiatra, «sembrano trasparenti: si aggirano nelle nostre società senza che nessuno sia capace di vederli e riconoscerli, prima che la loro violenza lasci un segno tangibile nella morte di innumerevoli vittime».

*-*

Brano dell’intervista di Federico Tulli allo psichiatra e psicoterapeuta Domenico Fargnoli tratto da Chiesa e pedofilia, il caso italiano (L’Asino d’oro edizioni, 2014)